Se si riduce l’artigianalità e si svuotano gli ambienti umani, da cosa dovrebbero nascere i nuovi stili e su cosa dovrebbe lavorare la creatività degli stilisti?

Qualche giorno fa Michele Ciaravella, caporedattore di Style Magazine, ha pubblicato su Instagram un breve video in cui si chiedeva “I vestiti stanno prendendo il sopravvento sulla moda?”. La riflessione partiva dalla constatazione che le ultime sfilate di Milano e Parigi (che presentavano la primavera-estate 2024) abbiano dato complessivamente l’idea di essere molto conservatrici, orientate al “quiet luxury“, alla proposta di capi poco creativi, eventualmente disposte a sottolineare l’aspetto sartoriale dei capi, ma incapaci di esprimere un’estetica moderna e creativa.

Ciaravella sottolinea – giustamente – come in questo modo i capi presentati siano soltanto “abiti”, una versione di lusso di quello che certamente troveremo a breve nelle catene di fast fashion e che sia carente il fattore creativo, nel senso più artistico e innovativo del termine, quello che crea immaginari e fa dei vestiti quasi delle opere d’arte, quello che lui riassume con il termine “moda”.

Tuttavia mi pare che Ciaravella liquidi troppo sbrigativamente i vestiti.

L’ondata del quiet luxury e la prevalenza dei vestiti, infatti, vanno a braccetto con un abbassamento generale della qualità dei capi, per cui ora sembra che per avere una t-shirt fatta come si deve si debbano affrontare i prezzi di Loro Piana e The Row, perché il fast fashion ha fatto abbassare tutti gli standard, anche di brand storici e prestigiosi. Cioè se io fossi un cliente delle maison del lusso, mi chiederei onestamente se quel che acquisto non sia una versione costosa dei vestiti mal cuciti e di bassa qualità che si trovano nel fast fashion e non se nel fast fashion si trovano le versioni povere di quel che indosso io.

Il dubbio viene spesso nel vedere le proposte di alcuni stilisti, che spesso risultano poco donanti anche sulle modelle più statuarie e che persino nella scelte delle fibre non sempre si distinguono dai capi più a buon mercato.

Inoltre non sono così sicura che basti la creatività del singolo stilista per proporre dei nuovi immaginari: solitamente questi scaturiscono da ambienti umani, subculture, nicchie di qualche tipo.

Lo streetwear veniva dal mondo dell’hip hop e del rap, prima ancora ci furono i figli dei fiori, il punk, i manga giapponesi, gli skater californiani… adesso gli ambienti umani si creano in modo molto diverso, sono più virtuali, presto depredati da stilisti mainstream e banalizzati in microtrend, prima ancora di avere avuto modo di svilupparsi a pieno.

Se dunque si riduce l’artigianalità e si svuotano gli ambienti umani, da cosa dovrebbero nascere i nuovi stili e su cosa dovrebbe lavorare la creatività degli stilisti?

Rimane ben poco, se non una continua ricerca dell’attenzione, che di fatto non fa che aumentare l’uso della nudità e continuare a “scandalizzare” mettendo capi da uomo sulle donne e viceversa. Non dico che non si possa fare, ma se diventa l’unico vecchio trucco che usano tutti, non può che annoiare a morte. Un po’ come quei comici senza più idee, che finiscono per vestirsi da donna. Per uno capace di creare un personaggio riuscito, mille sembrano semplicemente disperati.

Dunque, oggi, al di fuori dei social media, e ancor di più dei professionisti dei social media, che ovviamente producono contenuti per vivere e hanno prodotti da promuovere e un pubblico da intrattenere, dove si trovano gli ambienti che producono nuovi stili? In quali città, ambienti musicali, movimenti artistici, aggregazioni sociali? Dove guardare?

Lo stilista, tradizionalmente, è uno con le antenne sensibili, capace di trasformare le pulsioni del proprio tempo in un’estetica: questo hanno fatto ad esempio Yves Saint Laurent con i grandi sommovimenti degli anni ’70, o Vivienne Westwood con il movimento punk, o Marc Jacobs con il grunge. La creatività dello stilista, come quella di qualsiasi artista, non può dispiegarsi nel nulla, ma deve vivere e interpretare un’epoca, una storia, un modo di vedere il mondo. Sono pochissimi quelli che riescono a farlo, a mio avviso.

E se l’attenzione all’ecologia e anche la congiuntura economica suggerissero di consumare meno, di puntare su un abbigliamento di buona qualità, capace di durare nel tempo, capace di rappresentare il bisogno di cambiamenti più lenti e infinitesimale, senza una rivoluzione ad ogni stagione, sarebbe poi davvero un male?

Infine, mi pare che i vestiti non manchino: ne abbiamo a tonnellate negli armadi, ne troviamo online, nei negozi fisici, nel second-hand, nel vintage vero e proprio, nel lusso e nel fast-fashion. Non abbiamo mai acquistato/posseduto tanti abiti come oggi. Forse quello che manca non sono gli stilisti inventivi, ma il nostro contributo personale, la capacità di ciascuno di trovare la propria voce, il proprio punto di vista, il proprio stile personale. La voglia di esprimere, anche attraverso gli abiti, il nostro immaginario e i valori a cui facciamo riferimento.