Pieghe e drappeggi sono sempre stati degli elementi caratterizzanti un certo status nell’abbigliamento, per l’elemento di abbondanza e ricchezza che apportano: alcuni stilisti sono arrivati però a farne una cifra stilistica fondamentale.

L’Arte delle pieghe nell’abbigliamento femminile: un viaggio storico attraverso i secoli

Le pieghe nell’abbigliamento femminile rappresentano un elemento intramontabile di eleganza e stile. Questa pratica, che ha radici antiche, si è evoluta nel corso dei secoli, influenzando la moda in modi sorprendenti. In questo articolo, esploreremo il viaggio delle pieghe, partendo dai drappeggi degli abiti dell’antica Grecia, attraverso il fascino medievale, fino alle rivoluzioni moderne portate avanti da artisti del calibro di Mariano Fortuny e Issey Miyake.

Antico Egitto e Grecia: origini del drappeggio nella moda

Già nell’antico Egitto i tessuti plissettati erano destinati alle classi superiori, considerati degni di regine e faraoni. La plissettatura, ancora presente in alcuni abiti ritrovati nella valle dei Re, era ottenuta immergendo il tessuto in una soluzione di gomma liquida, per poi comprimerlo con uno strumento molto pesante, che fissava le pieghe definitivamente nel tessuto.

Tunica egizia
Tunica egizia.

Nell’antica Grecia, le pieghe nei vestiti erano più di una semplice questione estetica; erano una forma d’arte. Gli abiti femminili erano spesso realizzati con tessuti leggeri, come la lana e il lino, che venivano abilmente piegati e drappeggiati per creare forme fluide. Questi drappeggi non solo conferivano agli abiti un aspetto regale, ma permettevano anche un movimento fluido, adatto alle danze e agli eventi sociali dell’epoca.

Auriga di Delphi, abito a pieghe
Auriga di Delphi

Il Medioevo: pieghe tra sacralità e stile gotico

Nel Medioevo, le pieghe negli abiti femminili assumono un’atmosfera diversa. I tessuti più pesanti e le silhouette più strutturate caratterizzano l’abbigliamento di quest’epoca. Gli abiti erano spesso decorati con pieghe elaborate intorno alla vita e alle maniche, creando un’immagine di maestosità e sacralità. Le pieghe in stile gotico, con linee verticali e orizzontali, erano particolarmente popolari, contribuendo a enfatizzare la verticalità della figura femminile. Ovviamente l’evoluzione delle pieghe continua nel corso dei secoli, trovando sempre nuove declinazioni. Pensiamo ad esempio al ritorno degli abiti in stile neo-classico tipici del Settecento.

Simon Marmion (Francia, 1425-1489 circa). Particolare da Scene della vita di San Bertin, 1459. Olio su tavola; 58,5 x 146,4 cm. Berlino: Gemäldegalerie der Staatlichen Museen, 1645A. Fonte: SMB
Simon Marmion (Francia, 1425-1489 circa). Particolare da Scene della vita di San Bertin, 1459. Olio su tavola; 58,5 x 146,4 cm. Berlino: Gemäldegalerie der Staatlichen Museen, 1645A. Fonte: SMB

Mariano Fortuny e il fascino eterno dell’abito Delphos

Possiamo però dire che in epoca moderna il nome che per primo si è legato indissolubilmente al tessuto plissettato è quello di Mariano Fortuny y Madrazo, artista, inventore, costumista, pittore e scenografo di origini spagnole nato nel 1871, vissuto a Venezia tra fine del XIX e prima metà del XX secolo.

Fortuny ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della moda con la sua creazione iconica: l’abito Delphos, proposto per la prima volta nel 1907. Questo capo straordinario è un inno all’eleganza senza tempo, un simbolo dell’abilità artigianale di Fortuny e della sua capacità di fonderla con l’ispirazione tratta dall’antica Grecia.

L’antica Grecia come fonte d’ispirazione

Fortuny era affascinato dalla Grecia antica e dalla sua eredità artistica. La sua ricerca della perfezione lo portò a studiare attentamente gli antichi drappeggi greci, cercando di catturare la magia di quei tessuti plissettati.

Gli archeologi francesi che lavorano a Delfi, a nord di Atene, avevano da poco scoperto una statua in bronzo, risalente a circa 500 anni prima di Cristo. La figura si chiamava “L’auriga” ed era vestita con eleganti abiti plissettati. L’abito Delphos si ispirava al costume drappeggiato di questa e di altre statue greche. Fortuny e la moglie Henriette Negrin, specializzata nel design di tessuti, non solo disegnarono un abito che catturava perfettamente lo stato d’animo della Parigi di fine secolo, ma inventarono e brevettarono anche una tecnica di plissettatura che conferì all’abito Delphos la sua fluidità ed eleganza uniche.

Abiti Delphos in mostra al MET nel 2016.
Abiti Delphos in mostra al MET nel 2016.

L’abito Delphos: un capolavoro di pieghe e luminosità

L’abito Delphos di Fortuny è un capo straordinario, unisce lussuose pieghe lavorate a mano e colori vibranti. La silhouette del vestito è lunga, slanciata e fluida, creando un effetto di grazia e movimento quando indossato. La vera innovazione risiede nella tecnica di piegatura: i tessuti, spesso in seta, venivano sottoposti a un processo di plissaggio che fissava le pieghe in modo permanente, conferendo all’abito una struttura fissa ma al contempo flessibile.

Ciò che lo rese un capo iconico era però il perfetto tempismo rispetto all’epoca in cui fu concepito. Le donne si stavano liberando da complicati corsetti che modificavano la forma del corpo femminile e ne limitavano i movimenti, la tendenza era verso capi più fluidi, meno strutturati, che scivolassero sul corpo accompagnandone le linee e facilitandone i movimenti, pur conservando eleganza e raffinatezza. L’abito Delphos era la risposta a tutte queste esigenze.

Isadora Duncan indossa un abito Delphos nel 1907.
Isadora Duncan indossa un abito Delphos nel 1907.

La creazione di un abito Delphos coinvolgeva una serie di fasi artigianali complesse. Fortuny, noto anche per le sue invenzioni, aveva sviluppato un dispositivo per la tintura e la stampa dei tessuti, consentendo la creazione di colori intensi e vibranti. La tintura avveniva dopo il plissaggio, aggiungendo profondità e luminosità alle pieghe del tessuto.

In un primo momento le creazioni di Fortuny venivano vendute esclusivamente a Parigi, sebbene realizzate a Venezia, poi il mercato si estese anche agli Stati Uniti e la lista delle clienti divenne impressionante, da Eleonora Duse a Peggy Gugghenheim, da Sarah Bernhardt a Isadora Duncan.

Peggy Gugghenheim indossa un abito Delphos.
Peggy Gugghenheim indossa un abito Delphos.

Mariano Fortuny morì nel 1949, ma il suo lascito nell’ambito della moda perdura. Il “Delphos gown” continua ad essere un simbolo di eleganza senza tempo e di maestria artigianale ed è tuttora prodotto e venduto in piccole tirature. Le sue creazioni hanno ispirato generazioni di designer successivi, riconoscendo il genio di Fortuny nel combinare l’antico e il moderno, il tecnologico e l’artistico. Nel 2016 il Metropolitan Museum di New York gli ha dedicato una mostra e anche nella serie televisiva Downton Abbey e più recentemente anche nei film che ne continuano le vicende, una delle protagoniste, Lady Mary Crawley, ha più volte indossato degli abiti Delphos.

Lady Mary Crawley
Lady Mary Crawley

Madame Grés: la scultrice del tessuto

Nata a Parigi nel 1903, Germaine Emilie Krebs, detta Alix, è stata una delle più grandi sarte del XX secolo. Conosciuta con il nome d’arte di Madame Grès, amava dire: “Volevo fare la scultrice. Per me, è la stessa cosa lavorare la stoffa o la pietra.”  Questo aspetto “scultoreo” sarà particolarmente presente nelle sue creazioni.

Madame Grès iniziò la sua carriera come stilista di costumi teatrali, dove imparò a maneggiare il tessuto e a creare forme tridimensionali. Nel 1935, aprì la sua casa di moda a Parigi, dove iniziò a sperimentare con il plissettato. Anche nel suo caso era presente un’attrazione per l’antica Grecia e per un’eleganza algida e minimale ante litteram. Durante la seconda guerra mondiale la maison dovette chiudere per un periodo e riaprì nel 1942 con il semplice nome di Grès.

Madame Grès, abito.
Madame Grès, abito.

Gli abiti plissettati di Madame Grès erano caratterizzati da linee pulite e semplici, che permettevano al tessuto di cadere in modo naturale sul corpo. Grès utilizzava spesso il jersey di seta, un tessuto morbido e fluido che si prestava perfettamente al plissettato. Grès era particolarmente interessata a creare abiti senza cuciture, o con un numero minimo di cuciture, tipici di del costume tradizionale di vari popoli.

I suoi abiti erano spesso monocromatici, in colori neutri come il nero, il bianco o il grigio. Tuttavia, Grès non disdegnava anche l’uso di colori più vivaci, come il rosso o il blu.

Gli abiti di Madame Grès erano indossati da donne famose di tutto il mondo, tra cui Audrey Hepburn, Jackie Kennedy e Brigitte Bardot e numerose furono le collaborazioni con il cinema e il teatro.

L’influenza di Madame Grès è ancora oggi presente nella moda contemporanea. I suoi abiti plissettati sono stati fonte di ispirazione per molti stilisti, tra cui Issey Miyake, e anche per fotografi del calibro di Richard Avedon.

Grès è stata una figura rivoluzionaria nel mondo della moda. Ha contribuito a creare un nuovo stile, che esaltava la bellezza naturale del corpo femminile. I suoi abiti plissettati sono ancora oggi considerati dei capolavori di sartoria.

Abiti plissettati di Madame Grès
Abiti plissettati di Madame Grès.

Issey Miyake: Pleats, Please!

Nel secondo dopoguerra, l’abbigliamento femminile ha sperimentato un’altra rivoluzione pieghevole, questa volta guidata dal designer giapponese Issey Miyake. Miyake, nato a Hiroshima nel 1938, è noto per la sua ricerca dell’innovazione attraverso l’uso di tecnologie tessili avanzate. La sua formazione, iniziata in Giappone, prosegue a Parigi, dove si trasferisce negli anni ’60 e poi a New York. Ha modo di collaborare con stilisti del calibro di Guy Laroche, Hubert De Givenchy e Geoffrey Beene.

La sua linea “Pleats Please”, lanciata negli anni ’80, ha introdotto pieghe permanenti nei tessuti, permettendo agli abiti di mantenere la forma plissettata anche dopo il lavaggio.

La particolarità della tecnologia tessile di piegatura messa a punto da Miyake è che il tessuto prima viene cucito confezionando l’abito, poi vengono fatte le pieghe, sostenute da strati di carta e infine i capi vengono inseriti in una pressa a vapore, che imprime un carattere permanente alle pieghe. Infine, tolti gli strati di carta, gli abiti sono pronti per essere indossati. Miyake ha unito la tecnologia all’estetica minimalista, creando capi che abbracciano il concetto di praticità e modernità.

Issey Miyake, abito della linea Pleats, please.
Issey Miyake, abito della linea Pleats, please.

L’uso di un materiale versatile come il poliestere, insieme a resine e polimeri, conferisce resistenza e flessibilità al tessuto plissettato. Questa tecnica non solo garantisce una durabilità senza precedenti ma crea anche una superficie tridimensionale che cattura la luce in modo unico, conferendo ai capi un aspetto quasi scultoreo.

Ciò che rende gli abiti plissettati di Miyake così distintivi è la loro versatilità. Questi capi sono progettati per adattarsi a una varietà di corpi e stili, grazie alla capacità del tessuto di estendersi e adattarsi. Inoltre, la leggerezza del tessuto consente una libertà di movimento senza precedenti, unendo l’estetica alla funzionalità.

Issey Miyake ha aperto nuovi orizzonti nel mondo della moda, dimostrando che l’innovazione tecnologica può coesistere con l’eleganza senza compromessi. L’eredità di Miyake è evidente non solo nelle sue creazioni iconiche ma anche nell’ispirazione che ha fornito a generazioni successive di designer, che continuano a esplorare le possibilità illimitate dell’abbigliamento plissettato. La moda di Miyake è una dichiarazione audace che il futuro della moda può essere plissettato, piegato e modellato attraverso la connessione tra l’artigianato tradizionale e la tecnologia avanzata.

Abito "Flying Saucer", di Issey Miyake, 1994.
Abito “Flying Saucer”, di Issey Miyake, 1994.